Kecil: l’isola dei sogni si trova in Malesia

Niente strade, niente macchine, solo un mare cristallino, una spiaggia dalla sabbia bianchissima, e la guesthouse più sgarruppata in cui sia mai stata. Ma come sempre, le situazioni più assurde sono quelle più magiche.

Avviso subito: quello in Malesia non è stato un viaggio in solitaria, ma non posso non dedicargli un post, perché è stato l’inizio di tutto. Il mio primo viaggio oltreoceano, il mio primo contatto con l’Asia, che per anni mi avrebbe dato la dipendenza di cui vi ho già parlato. È qui che ho incontrato per la prima volta ragazze che viaggiavano da sole, e mi sono detta: “E io no?”. Quindi nel mio blog la Malesia non può mancare. E non può mancare quella che, ad oggi, rimane l’isola della  mia vita: Kecil. Penso seriamente che un’altra isola così non mi capiterà mai più, non solo per la sua bellezza, ma perché mi ha regalato una di quelle esperienze che rimangono scolpite nel cuore e nella mente.

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Ma andiamo per gradi. Parto un po’ a caso per la Malesia nel lontano agosto 2008 con tre amiche. Volevamo una terra selvaggia e con un mare ba sogno. E con il biglietto aereo più economico. L’amica più esagitata ha trovato il volo, e abbiamo prenotato un giorno in cui non sapevo manco come mi chiamavo: 38,5 di febbre e una cistite che mi faceva vedere rosso. “Andiamo in Malesiaaaa!!!” mi disse. In quel momento Messico, Marocco o Madagascar, per me non faceva differenza.
Atterriamo a Kuala Lumpur, la capitale, poi andiamo a fare trekking nel Taman Negara, una delle più antiche foreste pluviali del mondo (a breve un post sulla mia esperienza illuminante con una sanguisuga), e da lì puntiamo verso il vero obiettivo della vacanza: IL MARE.
Finalmente Kecil, la più piccola delle isole Pulau Perhentian (l’altra è Besar). Non c’erano strade o macchine, solo spiagge, guesthouse sgarruppate, caffetterie, un paio di alberghi decenti, scuole di diving e un mare paradisiaco.

Cliccando qui trovate la mappa della Malesia con le varie tappe del viaggio.

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Abbiamo trovato alloggio sulla Long Beach, ma dire “long” mi viene da ridere perché saranno 200 metri di spiaggia. Qui ho avuto il mio primo contatto con la romantica figura del backpacker: ho incontrato ragazzi provenienti da mezzo mondo, molti dei quali a zonzo da mesi per il Sud-Est asiatico. E ho cominciato a sentire quel pizzicorio allo stomaco… Ricordo questa olandese di vent’anni, che avrebbe studiato per 3 mesi a Hong Kong e intanto “si ambientava” girando per la Thailandia, la Malesia, la Cambogia…. ma come era possibile che una sgarzolina facesse tutto questo da sola? In Italia non avevo conosciuto nessuna come lei, la guardavo come fosse una creatura bizzarra  e fuori dagli schemi. Un po’ come guardano me adesso in effetti.

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Ma questo è stato solo uno dei tanti incontri. Tutto ruotava intorno alla nostra guesthouse, il Moonlight Beach (ora Moonlight Chalet), un piccolo ombelico del mondo: passavano tutti di lì sia per la scuola di immersione sia per il cafè-ristorante. Era un vero e proprio salotto esotico, con i classici cuscini a triangolo per la pace dei sensi, tavolini bassi e bella compagnia.
Dormivamo, per 8 euro a testa, in quello che per noi è stato un attico meraviglioso: una camerona da quattro letti con un linoleum sgangherato anni Settanta, il bagno con il water senza sciacquone, la doccia fredda e la giungla che si insinuava attraverso le grate. Dai buchi del tetto, di notte scendevano i topi per farci compagnia. Trovavamo la cacca anche sui letti. Mangiavano tutto, pure le cicche dentro le borse. Lo abbiamo detto al gestore che ci ha rifilato due gatti. Ma chiusi in stanza piangevano, e comunque erano pieni zeppi di pulci.

Probabilmente penserete “Ma che barbone!!!”, e avete ragione. Però spesso sono proprio le situazioni più assurde a dare quel tocco di magia che fa la differenza. Quella è stata la reggia del nostro cuore, perché tutto quello che c’era attorno era speciale. A partire dalla spiaggia di sabbia bianca e morbida su cui affondavi i piedi appena scendevi gli scalini. Il mare cristallino. Lo staff, con cui abbiamo fatto amicizia come da nessun’altra parte. C’era One, un malesiano che con la sua dolcezza e la sua risata è diventato il nostro fratellino; Karine, una ragazza austriaca che dopo aver vagato in pena per mezza Asia ha trovato pace e amore proprio a Kecil; c’era Dee Dee, una “lady boy” thailandese (un transessuale) che nemmeno a disegnarla sarebbe venuta così bene. Vivevamo in un film di Almodovar in versione tropicale.
Natura selvaggia, bella gente, non mancava nulla. E io ho fatto tutto, dalla A alla Z, perché non poteva essere altrimenti. Falò sulla spiaggia, snorkeling con squali (vegetariani) e tartarughe, fuga in barca con alle spalle la tempesta, alba sul molo. Indimenticabile il party con la band giapponese, con quei 10 minuti shining in cui nessuna pareva in salvo.

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E la mattina mentre tutte le mie amiche ancora dormivano, me ne andavo in spiaggia dopo una colazione a base di pancake al cioccolato e spremuta di frutta. Ogni tanto a farmi compagnia c’era il varano, che dalla giungla veniva a fare il suo giretto per poi tornarsene con calma da dove era venuto. E la spiaggia era sempre tranquilla perché durante il giorno andavano tutti a fare immersioni. Il mio unico impegno era farmi baciare dal sole.
S
e proprio mi veniva voglia di attività fisica, in 5 minuti attraversavo la giungla per andare sulla costa opposta, a Coral Bay. Ma era troppo fighetta per me, preferivo il mio paradiso ruspante per backpacker.

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Come avrete capito, questo non è stato uno dei miei soliti post di viaggio in cui vi riempio di dritte e itinerari, è un post nostalgico ma che spero vi abbia dato lo spunto per andare a fare la conoscenza con questa meravigliosa terra chiamata Malesia.
In dodici giorni, sulla minuscola isola di Kecil ho conosciuto il mondo: un crocevia di viaggiatori, ognuno con i propri sogni e le proprie mete da raggiungere. Chi scappava da qualcosa, chi ne cercava un’altra, chi si divertiva e basta. Ma tutti con qualcosa di interessante da raccontare.

CONSIGLI DI VIAGGIO

Quando andare.
Da evitare il periodo dei monsoni da novembre a febbraio, quasi tutte le strutture infatti sono chiuse. So che l’isola è diventata sempre più turistica, e che trovare alloggio può essere problematico, per cui dove possibile magari è meglio prenotare.

Visto
Non è necessario per soggiorni inferiore ai tre mesi.

Volo
Ho viaggiato con la Singapore Airlines, partendo da Zurigo per risparmiare e facendo scalo a Singapore (quasi fosse un diretto, 11 ore di volo più altri 45 minuti fino a Kuala Lumpur). In fondo a questo articolo trovate le info su quali compagnie aeree scegliere.

Come arrivare
Io e le mie amiche eravamo in pigrizia e abbiamo fatto tutto tramite un’agenzia di Kuala Lumpur (tappa nel Taman Negare inclusa). Ad ogni modo, i motoscafi per raggiungere l’isola partono da Kuala Besut, dove ci sono molte agenzie con cui organizzarsi.

Dove dormire
Se anche voi siete delle temerarie, provate il Moonlight Chalet; non ho trovato un sito o una pagina Facebook, ma dalle foto su Tripadvisor mi pare abbiano dato una svecchiata alle camere, anche se così per me si perde tutto il fascino dell’avventura. Si trova a Nord della Long Beach, è l’ultima struttura di fronte al molo.

CONSIGLI LETTERARI

“Madre del riso” di Rani Manicka, un tuffo nella cultura e nella storia malese.

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