Cartoline da Dallas: 3 giorni di passione texana

C’è chi le gite fuori porta le fa a un’ora da casa, e chi invece per lavoro passa tre giorni a Dallas! Vi racconto questo viaggio americano mordi e fuggi fra grattacieli e cowboy

Quando mi chiedevano “Cosa fai nel weekend?” rispondevo “Una gitarella fuori porta, vado a Dallas“. E le reazioni erano due: sguardo perso nel vuoto tipo “ma ho sentito male”, oppure grassa risata alla “ma che cazzo dici?!”. E invece sì, succede anche questo: sono salita in aereo domenica 10 febbraio all’alba e sono ripartita il mercoledì. Tre intensi giorni di passione in Texas, United States of America.
Sono andata per lavoro a una convention internazionale toccata e fuga, e per fortuna l’albergo era a Downtown, così fra una conferenza e l’altra sono riuscita a fare dei giretti, e a scattare qualche fotina per voi! Ma già la visita dall’hotel non mi dispiaceva affatto!

cartoline da dallas

Dunque, volete sapere se vi consiglio di visitare Dallas? Mettiamola così, dovessi fare una lista delle città da non perdere negli Stati Uniti, probabilmente la salterei. Forse perché l’unica metropoli americana che ho visto è New York, che non ha paragoni nell’universo intero. O forse perché ho avuto poco tempo, ma ho girato in lungo e in largo per il centro e sì è carina ma non mi è scoccata la scintilla.
Però, c’è un però. A me bastano un paio di grattacieli in un altro continente per andare in brodo di giuggiole. Sentirmi piccola-piccola sotto questi colossi urbani mi esalta.

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Munita della sola mappa datami in albergo, ho vagato senza bussola. L’unica cosa che ho cercato è stata la via dove il presidente Kennedy è stato assassinato nel 1963, Elm Street all’altezza della Delay Plaza. Sulla strada sono segnate delle “X” che corrispondono agli spari. Senso fa senso, è un bel pezzo di storia, ovviamente c’è anche un museo, il vecchio deposito di libri da cui sono partiti i colpi. E devo dire che molti sono i musei cittadini, la maggior parte dei quali si trova a Downtown nell’Art District (il più grande degli Stati Uniti) come il Dallas Museum of Art, il Crow Museum of Asian Art e The Perot Museum of Nature and Science. E anche un po’ di verde con il Klyde Warren Park su cui si affacciano baretti e ristoranti, ed è possibile leggere libri e riviste a disposizione dei visitatori.

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Le “X” che segnano dove fu colpito Kennedy
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Klyde Warren Park

E poi sono andata a zonzo scoprendo piccole perle un po’ qui e un po’ là come la Pioneer Plaza, dove si trova il più grande monumento in bronzo del mondo (a detta della “Lonely Planet”): una cinquantina di mucche texane che attraversano quello che dovrebbe essere un fiume, con un cowboy sul suo cavallo. E infatti è uno dei luoghi più fotografati di Dallas, ed era a un passo dal mio albergo!

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Forse a volte però un negozio può dire più di dieci strade. Trottorellando sono finita al Wild Bill’s Western Store, nel West End Historic District a Downtown. Cosa vende? Abbigliamento e accessori per cowboy: gli stivali e i cappelli non si contano, una vera botta di spirito texano che più classico di così non si può. Capitaste a Dallas, andateci! Nonostante la dimensione del negozio, non è una grande catena ma un’attività famigliare che rifornisce gli agricoltori della zona da cinquant’anni a questa parte. Senza contare che si trova in un palazzo vecchio di un secolo.

cartoline da dallas

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Una cosa che mi ha colpito di Dallas è la tranquillità: per strada c’è poca gente. Va bene che a Downtown ci sono soprattutto uffici, ma questo non mi spiega il perché spessissimo camminavo per grandi vie ed eravamo in quattro gatti. Alla fine conta quasi 2 milioni di abitanti, mica noccioline! Nelle foto che ho fatto a volte sembra una città deserta. Sarà che lo stereotipo statunitense, perlomeno il mio, prevede frotte di persone che camminano appiccicate come sardine. Invece si respira calma e relax. Strana atmosfera, quasi ovattata per una milanese imbruttita come me.

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Spero di avervi allietato con questo racconto di viaggio, e vi lascio con la sigla italiana della serie tv “Dallas” che mi è suonata nella testa per tutto il tempo: “Come è grande ma come è grande l’Americaaaaa. Hey hey hey, forza vieni a Daaaallaaaaaas!!” (ebbene sì, sono cresciuta negli anni Ottanta a pane e telefilm/telenovelas). Sarà che in quei tre giorni di passione texana ero completamente svalvolata per il fuso orario, mi svegliavo alle 5 se andava bene, ma è stata comunque una bella esperienza: sono stata in America senza tirare fuori un centesimo, ne vogliamo parlare?

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