Lezione di vita da una sanguisuga in Malesia

Più abbiamo paura una cosa succeda, più aumentiamo le possibilità che accada. Anzi, accade sempre. Quando chiami la sfiga, la sfiga risponde, ecco la mia spiegazione scientifica e statisticamente provabile.
L’ho imparato nella mia prima avventura asiatica in Malesia (leggi l’articolo sull’isola dei sogni). Ero con tre amiche, tre zingare come me. Dopo la prima tappa a Kuala Lumpur, un incredibile viaggio in barca di circa tre ore sul fiume ci ha portato nel Taman Negara, una delle foreste pluviali più antiche al mondo.

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Prontissime per andare alla scoperta della terra di Sandokan, il mattino dopo ci siamo addentrate nella giungla seguendo i percorsi tracciati (a volte molto poco) per turisti wild che di guide non ne vogliono sapere.
Poco prima di partire, una ragazza che conoscevo, e che era stata proprio nel Taman Negara, mi aveva detto:

“Metti scarpe chiuse e pantaloni corti perché altrimenti sale dal terreno, si arrampica sulle gambe e non te ne accorgi!”
“Ma si arrampica CHI???” chiedo io stralunata.
“La sanguisuga!!!” mi risponde.

A quel punto ho svalvolato. Avete presente quei vermi ciccioni che si usavano un tempo per fare i salassi? Le foreste tropicali ne sono piene.
Ma non avrei rinunciato al trekking per niente al mondo, così ho fatto la coraggiosa e, vestita anti-sanguisuga di tutto punto, ho camminato per circa cinque ore nella giungla più fitta.

sanguisuga in malesia

Ogni due minuti mi controllavo piedi, caviglie e gambe perché ero terrorizzata quelle creature immonde mi ciucciassere il sangue. Le mie amiche manco ci pensavano.
Ci voleva un attimo per vedere le sanguisughe sul sentiero. Erano lunghe e sottili (diventano grosse a pancia piena, le luride), alzavano la testa quando sentivano l’odore della pappa e correvano verso i nostri piedi. Mi viene da grattarmi ancora adesso.
Ma il trekking proseguiva senza incidenti, e dopo ore e ore a spasso per la giungla, quando siamo a pochi metri dalla salvezza, ovvero la strada asfaltata che portava alla “civiltà”, mi sono guardata i piedi per l’ultima volta e L’HO VISTA: una schifosa sanguisuga spiaggiata sulla mia caviglia, intenta a bere il mio sangue attraverso la calza come fosse un Margarita.
“Eccolaaaa lo sapevo, è LEIIIII!!!” ho urlato terrorizzata. Questa frase me la rinfacciano ancora adesso tra le risate generali. E così, in un microsecondo ho levato la scarpa, e il calzino con sanguisuga annessa è finito nel prato a qualche metro di distanza. Se fosse stata attaccata direttamente alla pelle sarebbe stato un disastro, perché avrei dovuto usare la fiamma di un accendino.

sanguisuga in malesia
La foto immortala l’attimo. Perché mentre io rischiavo un attacco di panico, c’era l’amica del cuore pronta a ridere di me (grazie a Dio), mentre un’altra mi dava il disinfettante. Stava partendo il pianto isterico ma mi hanno bloccato in un secondo con uno sguardo feroce che diceva: “No, piangere no cazzo, non hai due anni sei una donna!!”.
Il sunto di tutto? Sembrava una presa in giro: durante cinque ore di cammino non era successo niente, e proprio quando mi sentivo al sicuro al temine del trekking, ecco la sanguisuga lì attaccata. Era vero, era LEI, l’avevo attesa tutto il giorno. Però non parliamo della sanguisuga, parliamo della SFIGA. Perché quando la chiami, soprattutto se lo fai a squarciagola, prima poi arriva. E devi ringraziare solo te stessa.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giulia ha detto:

    Mamma mia, le sanguisughe per me sono l’apoteosi del ribrezzo, mi fa senso solo pensarci. Ho questa sensazione sgradevole dopo aver letto il racconto di Dino Buzzati “Una cosa che comincia per L.”….brrr!

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    1. Come ti capisco… credo la mia espressione nella foto non abbia bisogno di parole 😀

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