Paturnie solitarie: abbandonata on the road in Thailandia

Perché prima o poi capita sempre quell’episodio che ti fa dire: “Ma a me, ma chi cazzo me lo ha fatto fare di partire da sola???”. E le paturnie si impossessano di te. Ma poi quando ci ripensi (a distanza, sia ben chiaro) si trasforma in un pittoresco aneddoto che ha dato quel sapore in più al tuo viaggio!

Dopo due bellissime settimane in Cambogia in cui avevo girato come una trottola, decido di dedicarmi una settimana ignorante in spiaggia a Ko Chang, un’isola thailandese. Così da Kampot, nel Sud della Cambogia, parto tutta felice per un viaggio che dalla mattina alla sera mi avrebbe fatto salire su 1 bus, 4 minibus, 1 taxi, 1 traghetto e 1 pick up. L’agenzia viaggi era organizzatissima nel portare tutti ovunque, e nelle varie tappe non ha fatto altre che raggruppare, smistare a seconda delle destinazioni e letteralmente frullare una massa di turisti inermi come la sottoscritta.

Passato il confine, nel tardo pomeriggio il secondo minibus si ferma a una stazione di servizio su una strada statale. Qui ci sono altri minibus in attesa, e quando ricomincia il solito smistamento per chi va a Bangkok, Chiang Rai/Mai, Pattaya e sulla Luna, l’unica che rimane a terra sono io. Chiedo il perché anche se immagino di essere l’unica che vada a Ko Chang, ma il guidatore in un inglese indecifrabile mi fa capire di aspettare lì. Anche gli altri turisti che avevano viaggiato con me, vedendomi lì abbandonata cominciano a preoccuparsi. Uno addirittura mi lancia il numero di telefono scritto su un foglietto: “Chiama se hai bisogno!!!”. ‘Ma allora sono proprio nella merda’, penso. Mentre il driver si accinge a ripartire, presa dalla sconforto gli chiedo: “Leo leo?” che in un thai maccheronico significa tipo “Veloce?”, e lui mi sfodera un meraviglioso sorriso con un dente sì e tre no, sgomma e sparisce.

strada in thailandia
Photo credit: arcibald via Visual hunt / CC BY-NC

Tutti i minibus se ne sono andati. Restiamo io, una pompa di benzina, il bagno pubblico, la donna delle pulizie e qualche cane. I minuti vanno a rallentatore e le pulsazioni aumentano. Non sapevo nemmeno dov’ero e tra poco avrebbe fatto buio. Lì in piedi, con uno zaino di 17 kg a terra, la Lonely Planet in mano e i pensieri più tremendi in testa. Facevo talmente pena che pure la signora dei cessi si è impietosita e mi ha chiesto qualcosa in thai, allora le ho mostrato sulla guida Ko Chang. Di quello che mi ha detto non ho ovviamente capito niente, ma nel suo dolcissimo sguardo c’era del dispiacere per me.

E intanto penso a quella famiglia incontrata sul secondo pullman: due genitori altissimi e bellissimi, e tre figlie adolescenti altrettanto altissime e bellissime, una suonava felice la chitarra. Sembrava un musical. Erano tutti sorridenti mentre salivano sul taxi dell’albergo che li avrebbe portati dritti a destinazione. E tutti ben vestiti, pettinati e asciutti: ma come si fa a non grondare in Thailandia ad agosto? Io, tutta sola, che sembro la figlia di nessuno, una scappata di casa, con la maglietta pezzata e i capelli appiccicati alla fronte.

Travolta dall’angoscia, immagino come sarà passare la notte con il sacco a pelo nel cesso. E quando penso di aver toccato il fondo, uno dei cani trotterella a qualche metro da me, si mette in posizione e spara una diarrea a spruzzo da manuale. Sembra un B-movie ma è quello che è successo. Con lo sguardo perso nel vuoto, mi volto dall’altra parte e parlo da sola: “NEEEEEEEE!!!!”.
Quarantacinque minuti dopo, in cui ho passato in rassegna tutta la mia vita, si presenta un taxi con a bordo altre due persone: il guidatore si sporge dal finestrino, mi fa un cenno e sorridendo urla: “KO CHANG?”. Eccola finalmente, l’isola a dir poco promessa.

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