Bye bye isoletta 

Eccolo, è arrivato l’ultimo giorno. Domani all’alba prenderò un traghetto per andare a Copenaghen, lasciandomi alle spalle due mesi passati a Bornholm (guarda la mappa), l’isoletta nel Mar Baltico di cui ho tanto scritto ultimamente. Tre notti e tornerò in Italia.
La fine di un viaggio per me è sempre come capodanno: tiro le somme di quello che ho vissuto e penso a nuovi progetti. Viaggiare è conoscere il mondo e, di riflesso, se stessi. Ultimamente mi sono chiesta con insistenza se la mia vita potesse essere lontana dalla città, in cui sono nata e che amo. E dopo due mesi a pieno contatto con la natura, e solo natura, la risposta è “no”. Ma nonostante questo, stare in un paradiso sperduto mi ha dato tanto.

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A Bornholm ho imparato molte cose su di me. Non è stata l’esperienza più eccitante della mia vita in termini di avventure, qui si respira “solo” una grande tranquillità, e in bassa stagione il tracciato è completamente piatto. Ho avuto un rapporto di amore e odio con quest’isola. “Amore” perché è meravigliosa, è la pace dei sensi e mi ha permesso di vivere qualcosa di completamente diverso da ciò cui sono abituata. “Odio” perché ogni tanto avevo bisogno di una sana dose di delirio cittadino, una scarica di adrenalina urbana. Ma è talmente bella che le si perdona tutto. E dopo una serie di lotte intestine, anche una tormentata come me ha imparato a non cercare solo le cose al di fuori, ma dentro di sé. Frase fatta? Forse, ma è la semplice verità. Una mia amica, citando il grande Bukowski, mi disse: “Solo le persone noiose si annoiano”. E io ho mille difetti, ma non sono capace di annoiarmi (con tre personalità che dialogano incessantemente tra loro mi è impossibile). Sono sempre andata alla ricerca della bellezza di questi posti. Ho imparato a spegnere il cervello e ad ascoltare il silenzio, che a Bornholm è più silenzioso di qualsiasi altro abbia mai sentito.

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Qui ho vissuto due mesi in tuta. Avete presente la tuta che si mette la domenica, quando alle undici si esce a prendere il giornale, si fa colazione con calma, magari sedute a un tavolino all’aperto e baciate dal sole? Esattamente, ecco il mood.
In questi due mesi di warkawayer come me ne sono passati diversi, chi andava e chi veniva, chi era sulla mia lunghezza d’onda e chi meno, ma la caffetteria vista mare dell’hotel è sempre stata il salotto di tutti. Qui si respira la tipica calda atmosfera hygge della Danimarca: candele accese, luci soffuse, battito rallentato. Qui io e gli altri ragazzi abbiamo passato lunghe ore a fare quello che ci piaceva: chi scriveva (io), chi dipingeva, chi colorava. Abbiamo portato ognuno un po’ del proprio paese: pancake americani a colazione, patate caramellate islandesi a pranzo, gulash versione polacca con ravioli fatti in casa e cotolette argentine a cena. Come se in una semplice caffetteria ci fosse un po’ tutto il mondo. E si cucinava ascoltando rigorosamente musica jazz e soul (Leon Bridges tutta la vita), sorseggiando l’immancabile vino rosso della casa (italiano importato grazie al cielo).

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Ringrazio quest’isola per la calma che ha saputo darmi. Qui si dorme con la porta aperta, si lascia il navigatore in auto, perché non ci sono pericoli. La ringrazio per tutti i bellissimi panorami e tramonti che mi ha regalato. Quello di Hasle (leggi l’articolo) mi resterà sempre impresso nella memoria, un cielo immenso completamente rosa tutto per me. La ringrazio per la vista più bella che abbia mai avuto da camera mia. E so già che domani mi mancherà tremendamente. Un’altra meravigliosa tessera nel puzzle della mia vita.

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