Le avventure di una milanese nel Mar Baltico

Ma cosa ci fa una milanese doc come me su un’isola nel Mar Baltico in inverno? Per di più in un piccolo villaggio di pescatori, dove regna la quiete e l’unico rumore è quello delle onde? Dopo una crisi di astinenza da “ape” e uno sclero qua e là, inizia a smilanesizzarsi…

Bornholm: alzi la mano chi ne ha sentito parlare. Io solo quando ho visto l’offerta di lavoro sul sito di Workaway. Parliamo di un’isoletta sperduta nel Mar Baltico a tre ore di viaggio da Copenhagen, una delle più turistiche di Danimarca, nota per le sue spiagge di finissima sabbia bianca, le sue scogliere (rarissime nel paese) e i suoi deliziosi villaggi. Cosa mi ha spinto a fare questa scelta? Proprio il pensiero di vivere in un villaggio di pescatori, Gudhjem (guarda la mappa), il più bello di tutta l’isola. Qui si trova l’albergo in cui lavoro. Il villaggio si snoda lungo una via tortuosa in cui sono abbarbicate le tipiche casette in legno e muratura di tanti colori. La strada scende poi lungo la costa dove si trova il piccolo molo, e prosegue fino al bosco. È modellato su misura per i turisti, con negozietti, ristoranti, bar e alberghi.

Ora è bassa stagione e la maggioranza delle attività è chiusa. C’è molta quiete, troppa a volte. Quando ho deciso di venire qui non ho calcolato bene l’addizione “isola in bassa stagione + mare d’inverno”. Sono partita e basta, perché ero curiosa di fare un’esperienza così diversa dal solito. Non è stato semplice abituarmi all’atmosfera di qui, per noi milanesi la frenesia è il pane quotidiano, è il sangue che ci scorre nelle vene. La tranquillità ci fa venire gli attacchi d’ansia. In più io sono una che ha bisogno sempre di andare – fare – vedere – conoscere.
Qui, in un posto così pacifico in cui la gente si muove a rallentatore, l’unica cosa che si può davvero conoscere è se stessi.

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La routine, il fare tutto come piccoli robottini telecomandati, con compiti scanditi meticolosamente, non lasciano tempo per pensare a se stessi e a quello che si desidera, a quello che ci dà la vita che viviamo. Si va avanti giorno dopo giorno e spesso è meglio così, è meglio non avere tempo per riflettere, è molto più semplice.
A Bornholm mi sono trovata catapultata nel mondo della riflessione. Per intenderci: la frenesia sta al mio equilibrio psicologico come i bimbi davanti alla tv stanno ai genitori. Mi fa stare tranquilla, perché è quello a cui sono abituata. Sono passata dall’avere tanto rumore in testa a non averne nessuno. Si sentono solo il vento e le onde del mare.

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I primi giorni mi sono sentita spaesata. Ma alla fine, citando una cara amica che mi ritiene il suo caso umano preferito, “se quando viaggiamo cerchiamo sempre le stesse cose, cazzo di viaggio è?”.
Un Viaggiatore con la “V” deve avere una caratteristica importantissima: la flessibilità. Deve sapersi adattare al posto in cui si trova, alla cultura, alla gente, a tutto. Un’altra cosa fondamentale è non avere aspettative, non solo nei viaggi ma nella vita in generale a mio avviso, perché ti fanno vedere solo quello che cerchi, e ti perdi tutto il resto. Bisogna semplicemente spogliarsi delle abitudini e vivere. Io ho avuto bisogno di tempo. Stare qui è un interessante esercizio psicologico, certe volte è complesso, altre volte mi dà un gran senso di pace.

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Se dovessi passare a Bornholm tutto l’inverno, probabilmente mi butterei in mare con un sasso legato al collo, ma due mesi sono fattibili, possono essere un meraviglioso momento per staccare da tutto. Per cui ho cominciato a guardare oltre i miei limiti. Tipo il mare, la prima cosa che vedo quando mi sveglio, e mi strappa sempre un sorriso. È di tutti i colori. Blu cobalto, grigio piombo, azzurro cielo, ogni giorno, ogni ora è diverso, perché qui le nuvole corrono e il tempo cambia velocemente.

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Invece dell’aperitivo vado a farmi una passeggiata nel bosco, a guardare le foglie rosse, gialle, arancioni, con il sole che si perde oltre i campi. Ci sono poche case, la quiete è totale. Poi, quando il grande capo ci presta la macchina, con gli altri ragazzi che lavorano con me vado a conoscere l’isola, con i suoi villaggi e un entroterra meraviglioso.

Quando stai lontano dalla città capisci quello che perdi, come il cambiamento delle stagioni. In città vedi tutto in chiave negativa: il polline che vola in ogni dove, la pioggia che ti inzacchera, la neve che blocca il traffico, il caldo che ammazza. In questo esatto momento in cui scrivo, nella caffetteria dell’albergo, fuori c’è un vento che ti porta via e la pioggia batte contro le finestre, ma è così bello stare al caldo con le candele accese.
Qui mi addormento e mi sveglio con il rumore delle onde, pura poesia per una che per vent’anni si è alzata al canto della “circonvalla” milanese, un girone infernale a cui non sfugge nessuno. Ho tempo per fare le cose con calma, per scrivere, per fare foto. Mi piace girare per il villaggio poco dopo il tramonto, quando le luci si accendono e sembra un piccolo presepe.

Mi mancano gli aperitivi con gli amici? Il cinema la domenica sera? I concertini nei circoli Arci? Sì, mi mancano. Ma sono cose che faccio da una vita intera, e privarmene per un po’ non mi toglie il sonno.
Quello che mi aspetta è quindi un lungo autunno danese, e me lo vivo giorno per giorno.

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