My fucking beautiful NYC (parte 1)

La città delle città, questa è per me New York City. Una babele multietnica, una bomba energetica, una metropoli talmente viva con cui si può addirittura fare l’amore.

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New York, il sogno di una vita ma che mi sono concessa solo a 40 anni, e devo dire che è stata una svolta in tutti i sensi. Avevo sempre scelto altre mete per due ragioni fondamentali: 1 – avendo un mese di ferie e volendolo sfruttare in toto, New York era una città troppo cara per le mie tasche; 2 – un viaggio senza natura non è un vero viaggio. Sta di fatto che, vuoi i 40 anni da festeggiare, vuoi gli ultimi viaggi in Asia, avevo bisogno di qualcosa di nuovo: incredibile a dirsi, ma non ero mai stata negli USA. Così, ho sentito quella sensazione nella pancia che conosco bene, la prova che la scelta è quella giusta: NYC sarebbe stata mia e completamente mia per due settimane ad agosto.
L’atterraggio all’aeroporto JFK, poco dopo il tramonto, è uno dei ricordi più belli: ho guardato fuori dal finestrino, e ad accogliermi c’erano i profili dei grattacieli, riuscivo a distinguere persino l’Empire State Building. E quella è stata la prima lacrima di felicità che la Grande Mela mi ha strappato.

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Am I a newyorker?
Per l’alloggio avevo trovato un’ottima soluzione tramite una mia amica: ho affittato una stanza in un appartamento a Manhattan dove lei era stata ospite anni prima. La padrona di casa, che chiameremo Linda, affittava solo a persone di massima fiducia, e questo mi ha permesso di strappare anche un buon prezzo. Ho dato un’occhiata agli ostelli e alle stanze su Airbnb, ma il risparmio era minimo. L’appartamento, in un vecchio stabile nell’elegante Upper West Side, bello vissuto come piace a me, era della nonna di Linda, un’ebrea tedesca fuggita dalle persecuzioni naziste. C’erano ancora molte tracce della sua vita lì dentro. I mobili erano d’antiquariato, il parquet ancora quello di un tempo. Era arredato con un piacevole gusto e con attenzione per le belle cose. Mi sono sentita subito a casa.
Vivere in un appartamento a stretto contatto con dei newyorkesi è un’esperienza che auguro a tutte quelle che amano questa meravigliosa città, in cui a volte è facile sentirsi una piccola turista spaesata. Certo erano personaggi decisamente particolari, cosa che mi conquistò ancora di più: Linda era una ruspante psicologa lesbica con attaccate sul frigo le foto della compagna col figlio avuto dalla ex moglie; Luke, nome fittizio del coinquilino gay, lavorava in un museo ed era di origini afghano/portoricane (e noi che ci stupiamo quando un’altoatesina sposa un calabrese); infine la piccola Rosie, un dolcissimo pincher cieco, sordo e senza denti (a cui ho fatto da dogsitter per 3 giorni in cambio dell’alloggio gratis). Normale amministrazione per New York? Per me era fantastico.

La Babele del ventunesimo secolo
Il giorno dopo sono andata diretta a Central Park: il mio primo vero contatto con la città mi ha fatto andare completamente fuori di testa. Sognavo di venire a New York da quando ero piccola, e ora che c’ero veramente mi sembrava irreale. Mi sentivo come un adolescente arrapato gettato nello spogliatoio femminile: ero in uno stato di orgasmo perenne. Ma perché avevo aspettato così tanto ad andare a New York?
Una volta arrivata a Time Square, passeggiando lungo la Broadway, ho capito quello che mi disse un mio amico con le scintille negli occhi: “Tu non sai dove cazzo stai andando!”. Ed era vero. La bomba energetica di quella piazza non si può descrivere: grattacieli altissimi, luci sparate in ogni dove, musica a tutto volume e una bolgia internazionale (e infernale) che emanava quintali di energia. Una Babele in chiave positiva. Questa è New York, potenza vitale allo stato brado!
Per muoversi, comunque consiglio vivamente di fare la tessera settimanale della metropolitana da 33 dollari: io amo camminare ma la sola isoletta di Manhattan è enorme, le distanze sono veramente impegnative, per cui preferivo arrivare velocemente nel quartiere che volevo visitare, girarlo in lungo e in largo e tornare a casa per rilassarmi un po’ per poi uscire di nuovo.
In ogni caso, viaggiare in metro è un’esperienza imperdibile. Penso di aver visto tutti i colori della pelle in tutte le loro possibili gradazioni. A New York è come se la l’umanità fosse presente in tutte le sue mille sfaccettature, le razze umane mischiate in infinite possibilità. Qui i paesaggi sono i volti della gente. Del resto non è questa l’America, la terra dove milioni di persone sono venute in cerca di una vita migliore?

Quando dormire è una perdita di tempo
Le due settimane che ho trascorso nella Grande Mela sono state intensissime e vissute al massimo. Ogni giorno durava 48 ore. Ho percorso Manhattan da cima a fondo, sono riuscita a farmi venire le vesciche ai piedi con scarpe che mettevo da anni. Quello che mi stupiva era la bellezza che si trovava ovunque si posasse lo sguardo, dai grattacieli infiniti ai negozi in cui compreresti di tutto, dalle piccole oasi verdi alle mise delle persone. New York secondo me si ama o si odia, ha un impatto talmente forte che non accetta vie di mezzo. E io l’amo follemente, come fosse un uomo, anzi di più. Ne ho conosciuto uno davvero carino, che mi invitava a casa sua a Brooklyn per mostrarmi con una certa urgenza la sua collezione di francobolli. Ma io pensavo: “A me non frega niente, oggi devo andare a vedere Chelsea!!!”.  Certo non era scoccata la scintilla, ma in quel momento non mi serviva un uomo, mi bastava la città!
Ogni tanto però anche io mollavo il colpo e mi addentravo in Central Park per prendere fiato, far riposare la mente dal bombardamento di input che arrivano da ogni dove. Il problema è che a New York dormire sembra una perdita di tempo con tutte le cose che ci sono da fare e da vedere. Riassumere in un articolo quello che ha da offrire è assolutamente impensabile, così per ora vi segnalo quelle che secondo me sono le cinque tappe imperdibili. Le leggerete nella seconda parte della My fuchking beautiful NYC.

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