Vita croata

Il profumo della campagna, il cibo che arriva in tavola diretto dall’orto, la genuinità delle persone. Sono passati dieci anni dall’ultima volta, e nulla è cambiato. Una settimana in Croazia, lontana dalla città, e l’anima si rigenera.

 
Erano dieci anni che non andavo in Croazia dai parenti. Dieci anni in cui me ne sono successe parecchie di cose, e vedere che lì, dopo tutto questo tempo, niente è cambiato, mi ha lasciato esterrefatta e confortata al tempo stesso. Come se, in un’epoca in cui o corri alla velocità della luce o sei fuori, quello che conta davvero rimane saldo, stabile, immutato.
Non è stato uno dei miei viaggi in solitaria, è stata una semplice vacanza. Sono partita insieme ai nipoti e alla cognata, croata per l’appunto, come facevo ai tempi dell’università. Giusto per rilassarmi una settimana a Rovigno, incantevole località della costa istriana, e mettere il cervello a bagno in mare.

La famiglia di mia cognata, genitori e fratello con prole a seguito, vivono in aperta campagna. Lì la vita è dura: tutto costa caro e si guadagna dai 300 ai 400 euro mensili, spesso lavorando 7 giorni su 7. Per questo la gente si ingegna e impara a fare tutto, case comprese. Sia la casa dei genitori che quella del fratello sono state costruite da loro, mattone dopo mattone, durante i fine settimana.
Per mangiare non si compra niente se non olio, sale e zucchero, perché tutto il resto proviene dai campi e dagli orti che coltivano loro. Altro che verdura e frutta biologiche. Anche il vino lo producono loro, un vino contadino con il colore del whisky che ti sega le gambe. A fianco della casa dei genitori si trova la stalla con un paio di mucche, un vitello, due maiali. Poco distante c’è il pollaio. È da qui che arriva la carne che trovi nel piatto, non da allevamenti terrificanti. Si cena tutti insieme alle 19, e la domenica è ancora la domenica di un tempo, un giorno di festa in cui mettersi l’abito più bello.
Sono persone semplici, ma non in senso dispregiativo come può sembrare. Sono semplici nell’approccio alle cose, nel trovare sempre una soluzione rapida, nel pensare che il mondo sia lì e non per forza altrove. Le mani sono grandi, forti, provate, sono mani che sanno aggiustare quello che si rompe. Ma sono anche mani che si prendono cura dei fiori e delle piante che ornano la casa in ogni angolo.

Per una cittadina come me, trovarsi in mezzo alla campagna ha sempre qualcosa di paradisiaco. Fuori dalla porta di casa sei circondato dal verde e dai suoni della natura. Al massimo il rumore di qualche trattore che passa. La sera, dopo cena, andavo a fare una passeggiata con i cani, e li portavo allo stagno dove facevano il bagno beati. Anche la loro vita non è facile: lì ogni cosa o essere vivente deve essere utile, e loro sono cani da guardia, non surrogati di bambini. Dormono in una cuccia di metallo e mangiano gli avanzi. La maggior parte del tempo sono legati, e quando gli togli la catena corrono tutti contenti, liberi e selvaggi.

E per concludere la giornata, aspettavo il tramonto, seduta nei campi a guardare il sole scomparire dietro gli alberi. E aspettavo l’arrivo del fresco che mi accarezzava la pelle. Erano questi i miei appuntamenti serali, e non mi interessava altro. Il caos cittadino, gli aperitivi con gli amici, tutto sembra così lontano appena si ha tempo di fermarsi e sentire il frinire dei grilli, il profumo del fieno. Certo, la mia è stata l’esperienza bucolica di una vacanziera, una boccata d’aria dalla frenesia metropolitana che tutto risucchia. Ma se provassimo a lasciare più spazio a questa vita così vera, in quella che ci ostiniamo a definire “vita reale”?

 

 

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